Rivoluzione

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Alla mostra di David Bowie, da poco conclusa a Bologna, emergeva sin dalla prima sala, in cui era presentata una raccolta di interviste rilasciate sin dall’inizio della sua carriera, un doppio carattere rivoluzionario:

il desiderio di essere scettico come Copernico, non accontentandosi di leggere i fenomeni in maniera antropocentrica (e agendo dunque costantemente come un Marziano che arriva sulla Terra e la scopre dal suo punto di vista alieno)

il desiderio di essere disobbediente come Che Guevara, pronto a lottare per attaccare la cultura dominante contravvenendo alle convenzioni.

Di certo non sono che due facce della stessa medaglia, spesso rintracciabili nel modus operandi di molti artisti (tanto che qualcuno individua in questi aspetti il discrimine che connota un artista e lo distingue da altre professioni).

Gli artisti rappresentano per la società in cui vivono e operano ciò che la diversità del DNA rappresenta in natura. Nel momento di diffusione di un’epidemia solo le comunità che possiedono un corredo genetico variegato riescono a sopravvivere e a rispondere in maniera efficace, continuando la specie. Le popolazioni con una bassa diversità, fortemente omologate, sono condannate invece ad estinguersi.

Allo stesso modo, solo le società in cui c’è una comunità di artisti vitale e ben integrata possono sperare di superare le crisi, quando si presentano. Come ci ricorda Marcuse, gli artisti sono coloro che non accettano la limitazione della propria potenzialità creatrice in favore di una funzionalità produttiva, testata ed efficiente.E’ proprio la loro attitudine a pensare in maniera rivoluzionaria (nella doppia accezione di cui si diceva sopra) a fungere da antidoto al pensiero comune, che non ha risposte nei momenti in cui la trasformazione e un nuovo adattamento al contesto sono necessari.

E, se la loro visionarietà è indispensabile nei momenti di crisi, cosa accadrebbe se integrassimo questa diversità all’interno della nostra società quando la crisi non è ancora esplosa in maniera evidente? Probabilmente il nostro vantaggio competitivo, così si chiama tecnicamente sia in biologia che nel management strategico, aumenterebbe di gran lunga.

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